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Democrazia partecipativa vs democrazia procedurale

Le firme che compaiono sul nostro mensile “Visione. Un altro sguardo sul mondo”, giunto al suo settimo numero, crescono in termini di prestigio e riconoscibilità. Debutta sulle nostre pagine anche il filosofo francese Alain de Benoist che ci regala una sua riflessione sul pieno significato di democrazia partecipativa.

La democrazia rappresentativa, di essenza liberale e borghese, nella quale i rappresentanti sono autorizzati dall’elezione a trasformare la volontà popolare in atti di governo, costituisce attualmente il regime politico più comunemente diffuso nei Paesi occidentali. Una delle conseguenze che ne derivano è che ci si è abituati a considerare democrazia e rappresentanza più o meno come sinonimi. La storia delle idee mostra, tuttavia, che non è per niente così.

I grandi teorici della rappresentanza sono Hobbes e Locke. Nell’uno come nell’altro, il popolo delega contrattualmente la sua sovranità ai governanti. In Hobbes, questa delega è totale, ma non sfocia affatto in una democrazia: anzi, il suo risultato è quello di investire un monarca di un potere assoluto (il “Leviatano”). In Locke, la delega è condizionale: il popolo accetta di disfarsi della propria sovranità solo in cambio di garanzie concernenti i diritti fondamentali e le libertà individuali. La sovranità popolare, tra due elezioni, resta allora sospesa fintantoché i governanti rispettano i termini del contratto.

Rousseau, dal canto suo, presenta l’esigenza democratica come antagonista di ogni regime rappresentativo. Il popolo, in lui, non stipula un contratto con il sovrano; i loro rapporti rientrano esclusivamente nell’ambito della legge. Il principe non è che l’esecutore del popolo, il quale resta l’unico titolare del potere legislativo; non è nemmeno investito del potere che appartiene alla volontà generale, è piuttosto il popolo a governare attraverso di lui. Il ragionamento di Rousseau è molto semplice: se il popolo è rappresentato, sono i suoi rappresentanti a detenere il potere e, in questo caso, non è più sovrano. Il popolo sovrano è un “essere collettivo” che può essere rappresentato solo da se stesso. Rinunciare alla propria sovranità sarebbe come rinunciare alla propria libertà, ossia autodistruggersi. Non appena il popolo ha eletto i suoi rappresentanti, «è schiavo, non è niente» (Il contratto sociale, III, 15). La libertà, come diritto inalienabile, implica la pienezza di un esercizio senza il quale non può esservi una vera cittadinanza politica. La sovranità popolare, in queste condizioni, non può essere che inalienabile. Ogni rappresentanza corrisponde, dunque, a un’abdicazione.

Se si ammette che la democrazia è il regime fondato sulla sovranità del popolo, non si può non dare ragione a Rousseau.

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