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La “dittatura” del politicamente corretto

Il politically correct, nel denunciare agli occhi dell’opinione pubblica i precedenti oscuri, nefandi, criminosi dell’imputato occidentale, non punta soltanto a risarcire le vittime dello schiavismo o del razzismo, del nazismo o della Santa Inquisizione. Pretende, invece, facendo leva sul senso di colpa o di vergogna, di porre mano alla storia culturale di un Occidente sterminatore, torturatore, discriminatore o prevaricatore per depurarla dei contenuti più scomodi o imbarazzanti ed epurarne i responsabili. La sua furia istorioclasta non risparmia niente e nessuno: su opere o autori del passato che siano di turbamento al nuovo ordine etico mondiale scende ogni volta, cieca e implacabile, la mannaia della censura.In questo contributo il saggista e linguista Massimo Arcangeli ripercorre la vicenda attraverso cui il politicamente corretto si è imposto, a partire dalla nascita negli anni Trenta del Novecento negli Stati Uniti, in seno a una sinistra comunista che si era preoccupata di registrare e analizzare il comportamento di esponenti e militanti del partito, fra irreggimentati e disallineati, rispetto alle posizioni dettate dallo stalinismo.

 

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Parole Avvelenate – Visione 11/2024

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